Il terzo racconto: il paese di Legnostorto

ovvero: discorso sull’introvabile natura vegetale degli umani.

Avrete forse, se qualche volta vi e’ capitato di attraversare la nostra pianura per un lungo tratto senza percorrere l’autostrada incontrato un piccolo paesino di nome Legnostorto. Nessun nome e’ stato messo con tanta cognizione di causa perche’ ogni passante si accorge che quel paese ha viali alberati in tutte le direzioni, e parchi e giardini vasti, ma tutti abitati da alberi particolarmente brutti, storpi, storti, dalle fogge umane disumane, proprio come gli alberi terrorifici dei boschi di fiaba.

Cosa strana e’ che nonostante il nome e lo spettacolo orrendo, tutti, a cominciare dal sindaco fino al piu’ umile dei compaesani, si danno un gran daffare per ornare di verde la loro citta’. Riunioni, studi, investimenti, lavoro sono ogni anno destinati ai concittadini vegetali senza che essi ne possano trarre vantaggi evidenti.

La prima volta che attraversai quel paese fu sulla ferrovia: i miei pensieri che volavano veloci e inconsapevoli come le immagini dal finestrino, si interruppero sulle punte spezzate di quegli alberi; fin dal primo limite del paesello all’altro limite non c’era un albero che mostrasse una punta di ramo. Il mio interesse per quel paese divenne da quel momento speciale essendo io uno studioso dell’umanita’.

Cosa c’entra con gli alberi, direte voi, c’entra, c’entra e per convincervi di cio’ vi diro’ che le ultime teorie degli scienziati evoluzionisti dicono che le prime forme di vita non sono sconfitte dalle forme realizzatesi dopo, tant’e’ che convivono benissimo con le seconde e con maggior autonomia e in modo altrettanto perfetto ed efficiente dal punto di vista della sopravvivenza e della vita.

L’altro concetto interessante che esprime la stessa schiera di scienziati e’ che le forme di vita piu giovani rappresentano delle soluzioni del tutto nuove e innovative rispetto alle forme di vita più
antiche, tuttavia mantengono accanto alle nuove funzioni e caratteristiche, molte delle caratteristiche delle forme precedenti.

In altri termini noi umani abbiamo conservato nel nostro cervello anche il cervello del dinosauro, cosi’ come conserviamo, non nel cervello poiche’ le piante non hanno nemmeno centri nervosi, ma nella parte primordiale delle nostre cellule, caratteristiche vegetali.

Dunque io vado cercando, e lo stato mi paga da anni una borsa di studio assai nutrita, le caratteristiche vegetali dell’umanita’ e le relazioni degli umani coi vegetali mi interessano solo in quest’ottica.

In realta’ a fare il lavoro scientifico siamo in coppia: uno scienziato compie un rigoroso lavoro di laboratorio: la chimica, la fisica, la matematica costituiscono le basi del suo sapere, logiche devono essere le sue deduzioni e tutte dimostrate o dimostrabili. Io invece m’ho da muovere per paradossi, poiche’ gli ultimi scienziati, luce del nostro sapere, affermano che il reale e’ ragionevole e il suo contrario, esattamente come noi, e a ogni grande domanda si risponde con l’impegno di studiosi rigorosi e l’ozio e la spensieratezza di geni distratti.

Praticamente il mio compito e’ far perdere tempo alla ricerca, “sporcarla” e di tanto in tanto programmare il tempo libero dello scienziato rigoroso, sorvegliare perche’ si nutra bene, compia anche un po’ di lavoro fisico, si svaghi e possa raccontarmi liberamente i progressi e i dubbi del suo lavoro, parlando piu’ che a me ai miei sogni. Sono, si puo’ dire, una “moglie dello scienziato” perche’ da quando le donne vanno a lavorare, qualcuno le deve pur sostituire e preoccuparsi che non manchi alla scienza l’anima femminile.

Ma torniamo al nostro paese Legnostorto. Alla mia ricerca non serve sapere dove va a parare; cosi’ senza avere le idee chiare, mi fermai per un breve periodo in quel bizzarro paese e li’ presi appunti che telefonai quotidianamente al mio collega, anche se lo sapevo impegnato a scuotere molecole di epidermide umana con molecole di derma vegetale, contare le catene al carbonio e tutte le operazioni connesse. A voi raccontero’ brevemente la mia esperienza e le mie riflessioni raccontandovi le cose piu’ importanti. Solo dopo alcuni giorni incontrai uno dei giardinieri della citta’.

Assomigliava per la verita’ ad una tartaruga: testa piccola su collo lungo, grosso sedere su gambe corte, era imbottito di diversi strati di vestiti, tutti del colore della polvere e, come ultimo strato, portava una giacca a vento di due taglie piu’ grandi della sua e dura come una corazza. Il nostro giardiniere, cosi’ vestito, aveva pochissima mobilita’ e infatti non lavorava, ma era altresì’ sempre in stato di agitazione e goffamente correva qua e la’ a vedere ora un albero che stava seccando, ora un albero che stava marcendo.
“Disperato” scrissi nel mio taccuino “disperato”. Dunque uno c’era che vedeva la bruttezza di questi alberi! In una settimana di interviste tutti erano rimasti stupiti dalla mia domanda “Perche’ c’erano alberi cosi’ brutti” “Dove?”.

Mi puo’ ascoltare per un attimo signor giardiniere?
“Chi e’ lei?”.
“Sono uno scienziato paradossale, faccio studi sul campo e alla rovescia. Sarei interessato a un suo parere”.

“Un mio parere? Impossibile, nessuno si interessa al mio parere. Di che cosa potrei parlarle io?”.
“Beh, di alberi, per esempio, un giardiniere non saprebbe parlare di alberi?”.
“No, non ci tengo. Glielo dico subito, questo stato di cose …. non e’ colpa mia …. mi dispiace, non c’entro niente io, di che cosa mi si vuole accusare?”.
“Di niente, di niente, la prego stia calmo. Vedo proprio che lei mi puo’ aiutare. Dunque come me anche lei ha notato che questi alberi sono particolarmente brutti?”.
“Anch’io, lei dice, e chi altri?”. Di colpo il viso gli si illumino’, le gote arrossirono leggermente, gli occhi divennero lucidi; il nostro giardiniere si mise a saltare sul posto. “Anche lei, anche lei li ha visti!”. Il giardiniere mi abbraccio’. “Allora siamo in due, anche lei se ne e’ accorto.
Sono anni che lavoro e guardi che strazio; non e’ tutta colpa mia, ma ho fatto la mia parte, sono operaio e mi tocca stare agli ordini.
Appena sono stato assunto mi hanno fatto tagliare tutti i rami bassi, perche’ gli alberi crescessero solo verso l’alto, dopo qualche anno mi hanno fatto tagliare tutte le punte dei rami perche’ gli alberi non oscurassero i lampioni e le case, e ancora, dopo qualche anno, mi hanno fatto nuovamente potare tutti gli alberi perche’, a causa dei tagli precedenti, avevano assunto una forma bizzarra che bisognava correggere. A quel punto pareva che fossimo a posto, invece sorsero altri problemi: poteva capitare che due o tre alberi disposti a macchia, fossero scelti dai ragazzini per i primi baci, allora bisognava diradare ….”.

Molti altri esempi mi fece il giardiniere del costume colturale e culturale di quel paese; abbruttire gli alberi costituiva anche un metodo di lotta e prevenzione alla prostituzione, alle rapine, alle fobie sessuali.
Nei giorni seguenti mi decisi per un colloquio con gli amministratori. Ora sapevo che domanda fare; solo col giardiniere potevo parlare di cio’ che vedevo, col sindaco avrei parlato “al contrario di cio’ che si vede”; uno scienziato paradossale deve saperlo fare senza che nessuno se ne accorga.

La mia domanda fu dunque la piu’ logica: “Vorrei sapere quale e’ la vostra politica nel settore del verde pubblico”. Il sindaco fu molto gentile, mando’ a chiamare il perito, l’architetto, segretarie e segretari vari: in poco tempo mi sfilarono sul video di un computer tutti i dati della situazione e le proiezioni future, quanti metri di verde pubblico a cittadino, quanti alberi pro-capite, parchi del passato e del futuro.

Le relazioni erano cosi’ puntuali e precise che mi convinsero della serieta’ e veridicita’ di quei funzionari e di quei dati. Era chiaro che quella era una citta’ modello. Gli informatici furono a mia disposizione fino al completo esaurimento delle tabelle visualizzabili. Per tre giorni e per tre notti non si mangio’ e non si dormi’, come per incanto sparirono anche a me i bisogni inalienabili. Dopo un simile allenamento avrei potuto tornare dal mio collega senza piu’ riuscire a contraddirlo. Un lavoro superiore, pensai, superiore. Come uno zombi tornai al mio albergo senza neppure vedere chi incontravo, presi qualche caffe’ per ridestarmi e, arrivato nella mia stanza, sotto la doccia, piano piano, il mio corpo riprese materia. Scrissi il mio nuovo problema, che poi non era che il vecchio, ma in parole nuove.
Ora che il mondo della mente e’ materiale e visibile come il mondo materiale delle cose e dei corpi, il mondo materiale e’ minacciato.

D’altra parte l’occhio della mente ha la sua superiorita’ sull’altro: solo esso puo’ avvedersi che veramente gli alberi di Legnostorto sono ornamentali.

Essi costituiscono ornamento del potere del re.

Concludendo allora questo viaggio e questi miei appunti, voglio riflettere su cio’:
si puo’ ipotizzare che gli umani, in questo paese, come in altre parti del mondo, anche nei nostri tempi moderni, oltre alle cellule vegetali e ai cervelli di dinosauro, debbano portarsi addosso anche le ere storiche che credevamo appartenere solo al passato.

Dietro gli schermi illuminati dei computers, dietro il giardiniere nevrotico, il sindaco cordiale e gli efficienti impiegati statali, sono nascosti contadini, ciambellani e re dell’era medioevale.

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