adamo ed eva giardinieri

Abitavano dunque Adamo ed Eva in un luogo bellissimo e ricco
di dolcissimi frutti. Dolci i rumori quando il tempo non li
rendeva arroganti, ma allora insieme agli animali gli uomini
si riparavano in qualche piega della terra; allo scrosciare
delle acque in quei momenti, si accompagnava il piacere di
affondare le membra nel tenero fango e, subito dopo, la festa
di sguardi curiosi nel ritrovarsi gli stessi cosi’ diversi,
coperti di terra col pelo arruffato e le pettole ovunque.

Felici o perplessi o stupiti, insieme gli uomini e le bestie:
allora anzi tra loro se la intendevano molto e molto s’amavano,
azzuffandosi solo per rubarsi una manciata di semi o di frutti
succosi.

Lunghi erano i momenti di riposo, altrettanto quelli
di vitale frenesia; bastava che qualcuno a un certo punto,
fosse Eva o la serpe verde e gialla o il leggerissimo gatto
o l’agilissima scimmietta partisse alla conquista del cielo,
su per un elastico e potente rampicante, o rimanesse appeso
e penzolante per un ramo. Ognuno allora si cimentava nell’
impresa: diverse le grida e le risa, anche i lamenti di chi
cadeva, molteplici i suoni, ma comune tanto spesso l’allegria
o la paura o lo stupore.

Da tempo il gioco preferito da tutti era raggiungere le bacche
piccole e rosee di quel rampicante che fruttificava solo a
esorbitanti altezze, aiutato a sostenersi dalle piu’ svettanti
piante del luogo, seminascoste le sue foglie tra le foglie
del sostegno che si lasciava tranquillamente abbracciare
dal suo ospite. A rendere interessante e desiderabile questo
frutto era stato Dio stesso, si’, perché’ anche Dio allora,
come gli altri esseri, era in confidenza e se la intendeva
con uomini e bestie, anzi, quasi quotidianamente, quando
il sole era nel punto piu’ alto del cielo (forse che fosse
quella la sua luminosa mongolfiera), se ne veniva come un
raggio, come luce si posava su quei frutti e solo assorbendone
il succo, acquistava sembianze fisiche e materiali. Ora appariva
come bambino felice, ora scendeva e si avvicinava con movenza
ed eleganza di serpe, ora era un enorme pantera nera che
occupava tutto lo spazio celeste. Quello era il momento migliore
per tutti che riposavano al caldo sole facendosi abbracciare
da quella luce e vi guardavano dentro, con gratitudine,
senza paura di accecarsi, perché’ in quella cecità’ tutto
poteva apparire.

Quando Dio se ne andava il sole piegava leggermente, allora
era il momento di tornare al gioco.

Parti’ la serpe per prima a raggiungere i frutti, dietro topini
e rondini e piu’ pesanti esseri, assai piu’ sfortunati nell’
impresa. Eva rideva, attardata nel riposo dal corpo pigro,
quando scorse piu’ di un granello del frutto prezioso a terra.

Uno lecco’ e mangio’, l’altro tenne per Adamo e il terzo
nascose dove la terra era piu’ tenera e porosa, ai piedi di
un cespuglio di aghi verdi. Come succede a chi vive solo di
presente e non lo sa, presto si dimentico’.

Nacque una giovane piantina che invano tentava di attaccarsi
al cespuglio spinoso, troppo basso per poterla sostenere nella
sua crescita. Cosi’ la pianta si spezzava e rispezzava fino a
quando emise le piccole bacche e per non poter crescere lei,
crebbe i suoi frutti che divennero piu’ grossi, piu’ scuri e
piu’ turgidi dei frutti di Dio. Ancora nessuno li aveva notati,
leccati, assaporati; da un po’ quell’angolo di paradiso era
stato abbandonato dagli abitanti, insetti compresi perché’,
nonostante fossero in tanti e il luogo cosi’ vasto, tutti,
belve e uomini, uccelli e rettili, amavano muoversi in
compagnia, come un grosso sciame difforme e frequentare
gli stessi luoghi.

Ma ancora fu la serpe che capito’ li’ per prima e subito Eva
la raggiunse e vedendo una somiglianza tra il piccolo frutto
di Dio e questi, li accarezzo’ e ne stacco’ uno che mostro’
ad Adamo e tutti e due felici toccarono piu’ volte con le
labbra, senza osare rompere la lucida buccia, troppo eccitati
per limitarsi a mangiare una simile meraviglia.

Tennero il frutto, ma spesso lo toccavano e leccavano, e ora
Adamo fingeva di mangiarlo, nascondendolo in bocca, ora Eva
se lo prendeva e annusava. Le altre bestie si stancarono di
seguirli per partecipare al gioco e, sazi di giochi e di cibo
si predisposero al riposo del mezzogiorno.

Adamo ed Eva non si avvidero che il sole era alto e ancora
eccitati correvano e a vicenda si nascondevano il tesoro.

Quel giorno si scordarono di Dio e mangiarono poi il frutto,
appena prima di addormentarsi, quando gia’ il sole reclinava.

Quel gioco, e ancora altre volte era successo in paradiso,
si ripete’ per molti giorni che seguirono e in uno di questi
giorni Eva scruto’ ancora ai piedi del cespuglio due tenere
e carnose foglioline.

Certo ancora continuo’ spensierata a giocare, ma come tutti i
giorni si aspettava la venuta di Dio, cosi’, quasi ogni giorno,
prima o dopo Eva capitava sotto il cespuglio. Assaggiava un
frutto o scrutava le foglioline che, meraviglia, non si vedeva
proprio ma cambiavano.Non si scorgeva un fremito, una
movenza nella pianticella, che non fosse vento, ma ogni
giorno era diversa. Eva la scrutava a lungo ora ma non ne
scorgeva il movimento e Adamo scrutava Eva.

La serpe invece si stufo’ e scelse compagnie piu’ allegre.
Dio scrutava Adamo ed Eva e li illuminava col suo raggio,
scrutava la pianticella e come le altre la cresceva.

Adamo ed Eva ora non avevano piu’ tanto tempo per giocare,
anche si dimenticavano di mangiare e, solo che il grano verde
spuntasse, aspettavano il frutto maturo dell’albero di Dio e
piuttosto pativano lunghi digiuni, impiegando molto tempo in
attesa, assorbiti dalla pianta stessa.

Gli altri animali continuarono a giocare, mangiare, riposare,
e anche Adamo ed Eva, ma sempre piu’ spesso erano in loro
il ricordo e l’attesa e poi nel loro gioco era compreso l’
allevamento di sempre nuove piantine dell’albero di Dio,
quelle nane, e a un certo punto, quasi, il paradiso terrestre
ne fu invaso e gli altri animali scocciati.

Da allora e’ passato molto tempo e ben altri frutti i figli
di Eva ed Adamo hanno imparato ad allevare, trasformando
l’intero territorio abitato in un campo di risposte prefissate
anche se non sempre in tutto prevedibili e non senza ignote
conseguenze. Gli animali qualche volta sono rimasti accanto
agli uomini, qualche volta sono stati imprigionati come le
pianticelle dell’albero di Dio.

Una cosa e’ certa: non giocano piu’ tanto volentieri con gli
uomini, ne’ uomini e bestie si capiscono piu’ tanto, credendosi
assai desueti i primi e consueti i secondi.

Qualche volta gli uomini hanno pensato che Dio non venga piu’
a visitarli perché’ arrabbiato di essere stato derubato del suo
frutto. Diverse storie si raccontano su cio’.

Anche chi non ci crede comunque, ha provato qualche volta
una profonda nostalgia per il paradiso perduto, e questa
nostalgia sempre la prova chi, prima preso dall’ansia di fare,
poi da quella di tornare indietro, gli sembra la sua vita senza
pace, senza sosta, minacciata da continui percoli, sospesa
a continue attese, come un incubo di fuga da e verso la morte.

Ma qualcuno che qualche volta e’ riuscito a fermarsi e a scrutare
la luce senza paura, ha visto Dio ancora sorridente, leccare
i frutti prelibati, addirittura quelli coltivati, e gli e’ tornata la
voglia di giacere al sole e di giocare con i bimbi e le bestie.

Archivi

Altri articoli...

3 risposte

  1. Ciao rita sono Carlo della Fiore sono entrato nel tuo sito e mi è piaciuto il racconto. ciao Carlo e Fiore

  2. Ciao Rita, sono Teresa, trovo che il tuo racconto sia un esperimento interessante. Una ricostruzione delle origini nel paradiso terrestre, senza il peccato originale della disobbedienza alla divina tentazione dell’albero della conoscenza. Quindi senza la punizione divina e la cacciata nella vita con la sofferenza, il tempo, la violenza e la morte. Che sia questo il regno da ricostruire dove il lavoro non sia la fatica della punizione, le differenze siano potenzialità, la convivenza raggiungibile nella collaborazione? Questo mi pare di aver capito. Grazie, al prossimo racconto.

    1. Grazie Teresa, sì, il mio tentativo era quello di uscire da un tremendo senso di colpa biblico e al contempo c’era nel profondo una domanda: Com’è un giardino “spontaneo”? O con più precisione “Come sarebbe la natura intorno a noi se non la coltivassimo tanto? Com’era il giardino Terrestre, il Paradiso terrestre , prima delle nostre fatiche? Ne siamo stati cacciati per sempre? Questo è stato per me il primo racconto, dopo altri scritti più frammentari. L’ho scritto nel 1986 quando Tomaso aveva tre anni. Il finale si ispira anche alla mia esperienza della pratica Yoga per quel po’ di pace che può dare a un principiante nella posizione seduta.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *